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  • WWW… Wednesday #3

    What are you currently reading? Che cosa stai leggendo?

    Ho iniziato la lettura di I delitti di Flat House, di Lucinda Riley

    What did you recently finish reading? Cosa hai appena finito di leggere?

    Ho finito di leggere Piccoli uomini, l’ultimo libro della tetralogia di Piccole Donne, di Louisa May Alcott. La recensione sarà pronta a breve.

    What do you think you’ll read next? Cosa pensi leggerai in seguito?

    Di sicuro tornerò ai miei adorati saggi, ne ho alcuni in arretrato, per cui deciderò in seguito.

  • WWW… Wednesday #2

    What are you currently reading? Che cosa stai leggendo?

    Sto leggendo Piccoli uomini, l’ultimo libro della tetralogia di Piccole Donne, di Louisa May Alcott.

    What did you recently finish reading? Cosa hai appena finito di leggere?

    Ho finito di leggere I figli di Jo, di Louisa May Alcott

    What do you think you’ll read next? Cosa pensi leggerai in seguito?

    Non lo so ancora

  • Recensione/152 – Piccole Donne (L. M. Alcott)

    Fin da piccolo avevo voglia di leggere Piccole Donne, ma non mi ci sono mai accostato. Finalmente, dopo molti anni, ne ho approfittato, approfittando di un’offerta ebook contenente tutti e quattro i romanzi con le avventure della famiglia March, la cui copertina potete vedere qui a lato. Ma vi dico già fin da ora che mi piacerebbe acquistare questo volume in edizione cartacea.

    Il romanzo si apre con la visione di una casa umile, all’interno della quale vivono la signora March con le sue quattro figlie: Meg, Jo, Beth e Amy, e Hannah, la governante, mentre il padre delle quattro ragazze è andato a combattere nella Guerra di Secessione, che fa sfondo alle vicende della famiglia.

    Di questo romanzo ho spesso visto delle trasposizioni cinematografiche, l’ultima è stata quella del

    2019, che mi ha fatto conocere una brava attrice: sto parlando di Saoirse Ronan, che veste i panni di Jo. Forse alla mia curiosità di leggere questo romanzo hanno contribuito anche queste versioni cinematografiche, e, in tutta sincerità, devo ammettere che non pensavo che mi sarebbe piaciuto.

    Quando ho iniziato la lettura, mi aspettavo che fosse un semplice romanzo in cui fossero raccontate le vicende della famiglia, ma invece ho scoperto che questo romanzo è molto di più; infatti l’Autrice non racconta soltanto le vicende di questa famiglia, e delle persone che si muovono intorno a loro, ma svolge anche il ruolo di voce fuori campo, quando inserisce dei pareri sul modo di comportarsi della famiglia, tra di loro e verso gli altri; oppure quando mette a confronto il loro stile di vita con quello dei loro vicini, persone più ricche di status, ma che comunque si dimostrano gentili nei confronti della famiglia March, non rifiutando di rendersi disponibili nei momenti in cui c’è bisogno.

    Sono molto interessanti le descrizioni che la Alcott fa delle ragazze; pur avendo ciascuna di loro un carattere già ben definito, hanno comunque un tratto in comune: l’umanità; e questa dote, o caratteristica, la si può trovare nell’atto di aiutarsi l’un l’altra, non facendosi mai mancare il sostegno, o con un abbraccio, o con delle coccole, o con altri gesti d’affetto. Ma anche aiutandosi nello svolgere le faccende domestiche, così da aiutare la mamma e non farla stancare troppo.

    Non so dire quale delle quattro sorelle mi sia piaciuta di più; penso di avere le qualità un po’ di tutte e quattro, visto che in alcuni momenti mi ci sono ritrovato. Mi è piaciuto molto il clima che descrive l’autrice in questo libro, anche facendo uso delle sue considerazioni che di tanto in tanto si trovano tra le pagine; ho apprezzato anche il fatto che le sorelle avessero dei caratteri così diversi; forse è proprio questo che ha fatto sì che il rapporto tra di loro fosse molto forte, e che si sostenessero a vicenda; quello delle ragazze con la loro mamma, e poi con il loro papà. Una cosa che mi è piaciuta molto, è che tra le pagine del libro sia sempre vivo il tema della Fede, che caratterizza la base della famiglia.

  • Mio padre è morto partigiano a diciotto anni…

    di Roberto Lerici

    Mio padre è morto partigiano a diciotto anni. Fucilato nel nord, manco so dove. Perciò non l’ho mai visto. So com’era da quello che mi’ madre me diceva. Giocava con la Roma Primavera. Mo, l’altra sera, mentre che dormivo… sarà stato… due o tre notti fa… m’è sembrato de svegliammo all’improvviso e da vedello, come fosse vero!… In faccia c’aveva un gran sorriso, che splendeva ‘na luce… come un cero! “Ammazza come dormi! – M’ha strillato. Era proprio lui, so’sicuro, lo stesso della foto che la mamma teneva sur comò, dietro a ‘na piantina tutta secca, benedetta… un ragazzino, che ride in camiciola col fazzoletto rosso sulla gola. Siccome io stavo a sogna’ i sogni miei, me la so’ presa e jo detto: “Ma chi sei?” “So’ tu’ padre!” – m’ha detto ridendo – “Forse che te vergogni alla tua età de chiamamme cor nome de papà?”  – (ridendo) – “Oh no no, papà, te chiamo come hai detto. Me fa ride solo vedette ar naturale. Scusame tanto se me trovi a letto. Che voi sape’?… Nun me la passo male. Non so’ un signore, ma un po’ me ci avvicino… trent’anni, davanti c’ho la vita, ancora nun è chiusa la partita. Lo sai, quando mamma s’è sposata con mi’ padre… che poi sarebbe il mio padrino, credo… sette anni dopo la tua morte…” – E qui ho visto che stringeva forte l’occhi, come quando c’è il sole troppo forte. – “Scusame tanto, papà, io pensavo che lo sapessi!…” – Ma lui ridendo, senza facce caso, me fa spavaldo – “Ma che ne so di quello che è successo! Io so’ rimasto a come v’ho lassato. Quanno giocavo, giocavo… giocavo a calcio. Mica me stancavo. Giocavo co’ tu’ madre e l’abbracciavo. Giocavo con la vita… e nun volevo. Coi nazisti, però, nun ce giocavo, io… sparavo, sparavo, sparavo…” – poi m’ha stetto i piedi dentro ar letto, che m’ha fatto veni’ quasi un infarto. M’ha fatto un gesto come pe’ dì: “Sei  alto, eh!” – “Senti,” – me dice – “Mo che sei cresciuto, se nun t’offendi, prima d’annà via, me sai dì che ne hai fatto della vita che t’ho dato, giocando con la mia?”… vojo sape’, sto monno l’hai cambiato? Sto gran paese l’avete trasformato, l’omo novo è nato o nun è nato?… In qualche modo c’avete vendicato?…” – E rideva…Co’ l’occhi, coi capelli… pareva quasi lo facesse apposta… me sfotteva! Hai capito quer puzzone? Rideva e s’aspettava la risposta! – “Oh, ma tu che voi co’ ste domande? Mo perché sei mi’ padre t’approfitti!?… Tu me devi da rispettà, io so’ più grande!… Va be’ che mo accampi dei diritti perché sei partigiano, fucilato… ma se me fai sveglià io te rispondo, basta solo che ripido fiato. Certo che la vita è minorata. Avemo pure fatto l’avanzata. Travolgente!Hanno scrtto sui giornali…” – “Mejo così,” – me fa – “se vede che è servito!… Vedi, quanno m’hanno fucilato, io non ho strillato le frasi di eroi, perché pensavo a voi, che sullo stesso campo avreste certo vinto la partita… pure che io perdevo il mio tempo…” – “Un momento, papà, te spiego mejo… nun è che avemo proprio già risorto, nella misura in cui ce sta er risvolto…” – Allora quel ragazzo de mi’ padre che se stava a pettinasse nello specchio, s’arivorta, me fissa e me domanda: “Ma adesso er popolo comanda?” Qui so’ zompato subito sur letto, co ‘ ‘na mano cercavo de reggeme la mutanda, con l’altra cercavo d’afferrallo, ma nun potevo. Allora… allora… sì, j’ho parlato, perché m’è presa come ‘na malinconia… nun volevo che se ne annasse via senza prima sape’ bene come è stato: – “Sei ragazzo, papà, come te spiego?… Non poi capi’ com’è che cambia er monno… ce vole tempo… E er tempo se li magna tutti i sogni nostri… io sai che faccio? Aspetto. Ormai tutto quello che viene io l’accetto. Semo contenti se la Boma segna…. I democratici so’ tanti… i sordi pochi!… Nun ce sta più tempo per li giochi… sempre quelli te strappeno le penne! Ma tu non poi capi’, papà… sei minorenne!… S’eri vivo te davano trent’anni!… Damme retta, papà, ner monno dove m’hai messo c’è sempre qualcuno che c’ha voja de imbrojà!… Lassa perde, papà, qui nun è aria… è mejo che torni da dove sei venuto… semo cresciuti, nun semo più bambini. Torna a giocà co’l’altri ragazzini che hanno fatto come hai fatto tu. Noi semo… seri!… Nun giocamo più!” – A sto punto mi’padre s’è stufato. Ha fatto le spallucce pe’ saluto, s’è rimesso in saccoccia la sua gloria e… vortate le spalle, se n’è annato, ripetendo ar vendo la sua storia: “Ma che ne so di quello che è successo! Io so’ rimasto a come v’ho lassato. Quanno giocavo, giocavo… giocavo a calcio. Mica me stancavo. Giocavo co’ tu’ madre e l’abbracciavo. Giocavo con la vita… e nun volevo. Coi nazisti, però, nun ce giocavo… io sparavo… sparavo… sparavo…”

  • Lo spazio vuoto

    Scena XI – III Quadro: Lo spazio vuoto

    Si accende una luce centrale, mentre il resto del palcoscenico diventa buio. L’Attore-autore raggiunge il centro e inizia a recitare il monologo “Lo spazio vuoto”.

    Una sera, mentre camminavo per strada, tutto incavolato, come ar solito, chiuso nel pensiero, con la solita faccia triste e l’umore nero, me sento chiama’ alle spalle, da ‘na strana vocina, fine ma prepotente, come quella de ‘na ragazzina, quando vede quarcosa che la mamma non je vo’ dà:

    – Oh, a coso! Fermate ‘n attimo, viè qua!

    Me fermo, m’arivolto, guardo in giro, ma non vedo nessuno. Scruto in ogni direzione, poi me sento tira’ per il calzone e la vocina che mi dice:

    – Oh, ma non vedi che sto qui!

    E te vedo un ragazzino, piccoletto, sui sei o sette anni, coi capelli a baschetto, biondini e riccioluti. Due occhi spiritati e un sorriso da marpioni, coi calzoni a penzoloni e ‘na majetta tutta intorcinata che me fissa e poi me fa ‘na gran risata:

    – Che te sei messo paura? – me fa spavaldo – ma non vedi che so un ragazzino?

    – E perché dovrei ave’ paura de te? – je rispondo un po’ scocciato – Vojo solo sape’ perché m’hai fermato!

    Allora lui all’improvviso smette de ride e me guarda serio. Piano piano me se avvicina, poi me porge la manina, me stringe forte forte la mano mia e me dice col sorriso:

    – Me sento solo, famme compagnia!

    Qui, oltre alla mano, m’ha stretto forte pure er core. L’ho guardato con stupore e jo chiesto gentilmente:

    – Non c’hai er papà, la mamma, qualche parente?

    Ma lui me risponde velocemente, senza famme finì:

    – Nun c’ho niente… mo’ c’ho solo sta mano qui!… Te prego nun me lassa’… tiemmela ‘n rtro po’…

    A ‘sto punto che m’è preso nun lo so, ma ‘na goccia d’acqua m’ha cominciato a scenne piano piano pe’ la guancia, fino ar mento. Ho scoperto in quel momento che erano anni che nun piangevo più. E m’ero scordato come se fa. Er ragazzino, vedendome piagne, molla la stretta de la mano, poi, tira fori dalla tasca un fazzolettino, tutto strano, accartocciato; me lo strofina sulla guancia, e m’asciuga con delicatezza. Poi se lo rimette in tasca e me fa ‘na carezza:

    – Lo so che pure te sei solo – me dice sicuro – co’ l’amici fai troppo er duro, i tuoi so’ trapassati, tu’ moje t’ha mollato e i fiji nun so’ arrivati. – Insiste poi con carma, girandose un riccetto dei capelli cor ditino – Stavi mejo da bambino. Quando sognavi de fa er bene de tutti. Mò te la fai coi farabutti e ai politici je dai la tangente. Co’ le donne poi fa er prepotente, tanto coi sordi te  ne puoi crea’ ‘na collezione. E tu’ moje che t’amava, l’hai lassata scappa’, senza un minimo de reazione.

    Qui, corpito nell’orgoglio, me scanso da lui, innervosito, poi je punto addosso er dito e je strillo:

    Ma che ne sai tu della vita mia? – Lui, senza spaventasse, me guarda co’ ironia. Poi s’arrotola ‘n artra vorta er cappello a ricetto e me ribatte cor sorsetto:

    – So tutto de te, perché io sono quel bambino, che nun se sentiva mai solo. Che pensava che er monno è de tutti. Se freghi l’artri, te poi pure ricchi, ma chi t’ha detto che la felicità sta qui!…Me ricordo – aggiunge poi co’ ‘na certa malinconia – de mamma mia, quando, la sera prima de dormì, m’arrimboccava la coperta, e me diceva sicura che er buio non fa paura, se alla luce sei stato bono. E poi mi’ padre, quel or ‘omo che nun c’aveva mai un quattrino, ma quer po’ che j’avanzava lo metteva ner maialino, dove c’era scritto er nome mio e sotto ‘na frase: “pe’ l’avvenire de mi fijo!” quei poracci erano invece du’ gran signori, e pure se co’ li stracci, nun se sentivano mai soli!-

    Resto un po’ intontito, quasi intimorito, da quella strana apparizione. Corro a casa, come colto da ‘na certa sensazione. Apro er cassetto, vicino ar letto; cerco tra le carte ‘na fotografia, che nun ricordavo più d’ave’, di tutta la famija. Stringo quella foto ingiallita tremolando nelle dita. E rivedo mamma mia, mi’ sorella, poi papà accanto ar camino. Ma ce sta no spazio vuoto lì vicino. Ar posto di quer bambino… ar posto mio… ce sta oramai un buco nero. Invece, ‘na vorta, in quella foto… io c’ero! (si spegne la luce centrale e ritorna la situazione precedente il monologo.)

  • Smash Mouth – Walking on the sun

  • Weather Report – Birdland

  • Led Zeppelin – Whole Lotta love

  • Battiato, Franco – La cura

  • Mannoia, Fiorella – Che sia benedetta

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